Archivi categoria: PSICANALISI ED EDUCAZIONE

Grillo ? Che palle !

Grillo poeta, Grillo ossessione, Grillo istrione?

Sicuramente Grillo colpisce la sfera emotiva, elemento difficile da scaldare da parte di tutti gli altri politici, tutti centrati sugli aspetti economici della società, aspetti che attualmente inducono solamente stati depressivi.

Il furbo Grillo invece colpisce l’immaginario, alimenta la fantasia, genera speranze ed illusioni.

Un trionfo dell’Es, libero e ribelle, sull’Io tanto triste e costretto a fare i conti con la realtà.

Ma le motivazioni per il voto sono ormai sempre più irrazionali e Grillo ammalia, con il suo canto da sirena, il giovane che cerca un alito di colore nel grigiore della vita politica e anche persone di tutte le età desiderose di una ventata nuova ed una propensione al rischio.

Insomma, chi trova in lui un “padre” trasgressivo e chi trova in lui una fantasiosa identificazione che permette di agire rabbie e frustrazioni quotidiane, sublimandole in una risata…

Grillo è in grado di coinvolgere tutte le persone che nascondono una certa fragilità, ingenui propensi a seguire l’incantatore di serpenti.

Ben pochi conoscono infatti i suoi retroscena manipolatori, il suo grande tornaconto economico, la sua propensione alla censura.

Ormai il grande imbroglione è creato, ed è in grado di fare danni.

Ma sembra ormai più simile ad un Frankenstein sfuggito di mano ai suoi stessi creatori…

Commento scritto sull’articolo: Dove sta la forza di Grillo  di Marco Belpoliti in DOPPIOZERO

La Ragnatela del Grillo

 

W l’Amore !

Fa sorridere trovarsi in fila al supermercato e ricevere sul telefonino i messaggi, quasi in contemporanea, di qualcuno che apprezza il mio blog!

Liliana che addirittura propone un “Giosby for President” che davvero mi commuove…

e Cosimo Archibugi, che intuendo la mia dedizione alla psicanalisi, per me utilissimo strumento per districarsi nelle vicende della vita, seppure “non condividendo” considera “giusta”la mia fiducia nell’amore.

Ma questa “fiducia nell’amore” è un tema che va approfondito, e che vorrei spiegare un po’ meglio.

Infatti non si tratta di un tema “morale”, come inteso da Cosimo Archibugi, ma di un tema scientifico.

La psicanalisi è una scienza che si occupa dello studio della psiche, ma vive nella contraddizione apparente per cui soggetto ed oggetto di studio coincidono.

Spiego meglio: se io, Giorgio, intendo osservare Carlo, i suoi sentimenti, le sue emozioni, ciò che di lui non è “misurabile” come la temperatura del corpo o la pressione arteriosa, il peso e l’altezza e il colore degli occhi …, dispongo soltanto della mia sensibilità.

Al di là di ciò che Carlo “dice” con il linguaggio verbale e non verbale, esiste ciò che Carlo “suscita in me stesso”: emozioni, paura, rabbia, disagio, amore, odio etc etc.

In questo senso l’idea generica dell’amore è soltanto una chiave di lettura del mondo.

Ognuno di noi per sopravvivere ha bisogno di amore. Quando ci si sente non amati si perde anche la capacità di amare. E questo molte volte ha conseguenze drammatiche.

Poi l’amore permette di sopravvivere soltanto se si hanno sufficienti mezzi “economici” di sussistenza.

“Tutti sappiamo che i bambini del terzo mondo, nonostante le cure materne, muoiono di fame.
Pochi invece sanno che anche i bambini nei paesi a più elevato sviluppo socio-economico, che hanno a disposizione cibo in abbondanza e cure igieniche adeguate, si ammalano fino a morirne, se sono privati delle carezze e del contatto di cui hanno così tanto bisogno. René Spitz (Il primo anno di vita), noto neuropsichiatra infantile degli Anni Trenta, ricercò e studiò a lungo (ne “Il primo anno di vita del bambino”) le cause del marasma infantile, malattia caratterizzata da progressivo deperimento organico, che portava a morte i piccoli ospiti degli orfanotrofi americani.

E alla fine giunse alla conclusione che nell’ambiente asettico, bianco e silenzioso delle nursery, quello che mancava era un contatto caldo, affettuoso, variato, che costituisse lo stimolo della vita e della crescita.
I bambini in stato di carenza affettiva attraversavano vari stati di depressione sempre più profondi fino a lasciarsi morire.”

(FONTE: Tatto e bisogno di contatto pag 32/33)

Ciò che noi proviamo, in rapporto con gli altri, è un continuo mutamento dei nostri stati d’animo.

Noi cambiamo continuamente, e una grande parte dei cambiamenti del nostro sentire “amore” è in rapporto al nostro vivere insieme agli altri in un continuo scambio emotivo ed affettivo.

Adesso io ritengo che la sopravvalutazione degli aspetti economici, su cui tutto il mondo politico punta per ottenere i voti per essere eletti e riuscire a governare un Paese, con notevoli vantaggi economici anche per se stessi, sia una malattia del nostro mondo da cui difficilmente potremo guarire.

  • Il percorso di riappropriazione della nostra affettività, poterla riconoscere come un aspetto fondamentale della nostra esistenza.
  • La capacità di leggere il proprio vissuto, la propria sensibilità e accettarla come una ricchezza che ognuno di noi possiede e che può utilizzare per godere della propria vita.
  • Lo scambio affettivo continuo che è al centro dell’esistenza.

Questi sono gli aspetti che potremmo porre al centro della nostra vita politica, della nostra proposta di riforma dell’organizzazione sociale.

Perché se il concetto di ricchezza non è più legato al possesso di beni materiali, bensì alla propria ricchezza interiore, alla propria ricchezza affettiva, allora i parametri su cui centrare la propria attività politica e sociale cambiano completamente.

Le nostre rivendicazioni chiederanno maggior TEMPO piuttosto che maggior DENARO.

Ma invece viviamo in un epoca dove la cultura dell’ultimo vincitore delle elezioni (non dimentichiamoci di Berlusconi, un simbolo della scelta che una buona parte di Italiani ha fatto) è quella di un uomo che con i soldi può comprare qualsiasi cosa, dai calciatori ai giudici, dai parlamentari alle donne.

E proprio su questo sistema di comprare le donne, che poi lo ritroviamo nella vita sociale di una gran parte dei maschi italiani che si rivolgono alla prostituzione, che cade completamente il tema dell’amore.

L’amore, nel suo aspetto fisico, perde di significato in senso emotivo e diventa semplicemente una moneta di scambio economico.

E così il cerchio si chiude, i valori sono ribaltati e la modalità di rapporto economica prevale completamente sulla modalità di rapporto simbiotica.

Perciò il mio “W l’Amore” non è uno slogan “morale”, ma il frutto di una ricerca scientifica che ci dimostra che senza l’amore si muore, esattamente come si muore senza cibo.

Quando penso ai numerosi suicidi di questi tempi, anche di imprenditori che si ritrovano sommersi dai debiti, immagino queste persone che hanno dedicato la vita al lavoro per ritrovarsi con una situazione dove il denaro rappresentava la totalità dell’esistenza, e la sua mancanza ha determinato la loro tragica scelta. Persone che purtroppo hanno perso la dimensione e l’equilibrio degli aspetti della vita, un bene prezioso, in cui il prevalere del dio denaro può uccidere…

Un sentito “Grazie” ai generosi commenti che mi hanno stimolato per scrivere quanto sopra!

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Aggressioni nel web

Si fa presto a criticare in questo mondo, è la cosa più facile.
Attacco e contrattacco, polemica mischia insulti e rissa.
Può essere un atteggiamento nella vita, dove si fa presto a trovarsi coinvolti in una rissa per futili motivi, ma anche sul web, che in fondo è un posto dove spesso ci si frequenta tra perfetti sconosciuti, il “vaffanculo” è un must.
Bastano due parole di troppo e scatta.
Su Facebook si toglie l’amicizia, amicizie create spesso anch’esse per futili motivi.
Sui blog ci si insulta e si banna. Si censura, si manda affanculo e poi si impedisce al “molesto” frequentatore di continuare a scrivere nel proprio spazio.

E’ anche una autocritica la mia.

Le cose che mi suscitano più rabbia sono due: le bugie e la censura.
Spesso, se ho tempo e se ho voglia, quando mi imbatto in queste cose mi esprimo, cercando di mettere in luce l’incongruenza e l’ingiustizia.

Divento aggressivo anch’io? Sì, a mio modo sì. Evito gli insulti, cerco di essere più efficace, di dimostrare l’inconsistenza degli argomenti che mi vengono proposti.
Ma, in un modo o nell’altro, manifesto una certa aggressività, non fosse altro che cercando di mettere in ridicolo l’interlocutore.

D’altra parte non ricordo mai, forse sbaglio, di qualcuno che, viste le mie critiche per lo più sensate, abbia scritto: “Sì, mi sono sbagliato. Credevo in un modo ma mi hai mostrato qualcosa di diverso, a cui non avevo ancora pensato…”
No, niente.
Solo gente che sparisce. Che ti scrive: “qui non scriverò mai più, è inutile”. Oppure che ti insulta. Che va via sbattendo la porta. Che cancella quello che ho scritto e chiude i commenti. E via dicendo.

Mi chiedo se il mondo abbia perso il senso della ragione. Se siamo abituati ormai soltanto ad un modo di pensare da tifosi: la ragione sta di qua ed il torto sta di là. Qualsiasi cosa accada.
Si sposa uno schieramento e quello è per sempre. Una bandiera da tenere alzata e da picchiare in testa a chi la pensa diversamente.

Eppure esiste un modo diverso di dialogare. Un modo che probabilmente sul web non è posssibile, perché riguarda anche la sfera privata.
Quando discutiamo con qualcuno bisogna pensare di mettere in discussione anche noi stessi. Così potremo forse insegnare ed imparare. Così discutere sarà una cosa utile.
Altrimenti continueremo a giocare a braccio di ferro, cercando solo la ragione ed il torto, il giudizio e la condanna, la sentenza e la fucilazione dell’avversario.

La nostra società è costruita con continui giudizi. La scuola che cosa è se non una continua verifica, una continua valutazione.

Aiuta a crescere? O aiuta a pensare che il mondo è semplicemente diviso tra buoni e cattivi, bravi e incapaci?

E all’interno della famiglia non si riproducono gli stessi meccanismi? Premi e punizioni, a secondo del MERITO, altro grande mito dei nostri tempi.

Quando invece all’interno della famiglia l’amore e l’affettività esistono al di là di qualsiasi capacità e merito sia dei genitori che dei figli. Mentre il sistema scolastico e sociale cerca di insegnare ai genitori di “non amare” i figli “non meritevoli”.

E’ un concetto schematico, ma il gioco del ricatto in famiglia è quanto mai comune: “se sei buono e bravo poi…”

Ma tornando alle lotte nel web, il presupposto errato è forse quello che ognuno di noi non può più cambiare. Ha assunto determinate convinzioni e atteggiamenti e BASTA!
Per “discutere, ragionare, crescere” non c’è più spazio. C’è spazio solo per combattere!
Non voglio crederci e cercherò un poco più di umiltà.
Chiedo scusa a tutti coloro che, in un modo o nell’altro, ho ferito.
Anche se mi piacerebbe leggere qualche loro parola di apertura, di desiderio di confronto reale.
Fuori dal gioco “io ho ragione e tu hai torto!”
Possibile?

Certo è difficile per qualcuno come me che è cresciuto in mezzo agli scontri tra studenti e polizia, tra morti ammazzati e promesse di vendette…

 

Ma crescere non è un optional, è una necessità!

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E’ un mondo difficile.

Ognuno di noi contiene miti antichi e recenti e li esprime come può. Raramente questa ricchezza di messaggi che ognuno di noi cerca di trasmettere viene accolta, compresa e interpretata.

Il primo mito è quello della uguaglianza. E’ una storia antica come il mondo, forse…

Nel mito risale addirittura ad Adamo e d Eva, quando il serpente promette ad Eva di diventare uguale a Dio nutrendosi del frutto proibito, dall’albero della conoscenza del Bene e del Male.

Anche gli antichi Greci apprezzavano l’uguaglianza, poi , saltando nei secoli, Gesù Cristo proclama l’uguaglianza di tutti gli uomini, e la Rivoluzione Francese (Liberté, Égalité, Fraternité) si richiama ancora allo stesso concetto.

Il XX secolo è una continua ricerca di uguaglianza, di giustizia, di libertà. L’uguaglianza proposta da Marx non è una piatta robotizzazione umana, bensì: «Da ognuno secondo le sue capacità; a ognuno secondo i suoi bisogni!»

Il mito della Rivoluzione giovanile, il ’68, le lotte studentesche si ispirano sempre ad un concetto di uguaglianza e di parità tra gli uomini. Che poi diventa parità di diritti per le donne. Sembra che tutte le aspirazioni umane siano legate al concetto di uguaglianza.

Questo è un primo aspetto.

Contemporaneamente interviene un uso sempre più massiccio della pubblicità, con strumenti sempre più sofisticati si cerca di condizionare le scelte di tutti noi, che non siamo più uomini e donne con le nostre gioie e i nostri dolori, le nostre speranze e le nostre emozioni, ma diventiamo tutti i CONSUMATORI.

I miti che si scontrano diventano allora l’uguaglianza ed il consumo. Vogliamo essere uguali, ma nel consumo vogliamo anche distinguerci.

Da un lato i prodotti promessi ci permettono di appartenere ad una società che si riconosce simile, se non uguale, in base a segnali inequivocabili dell’abbigliamento (un marchio piuttosto che un altro, etc.) dei gusti e delle mode  in generale.

Dall’altro sono sempre i prodotti che consumiamo ci permettono di distinguerci dagli altri, di possedere in esclusiva qualche oggetto del desiderio che suscita invidia, che ci rende “desiderabili”, come fossimo anche noi semplici manichini di una vetrina, portatori di un messaggio che, a nostra insaputa, ci spersonalizza rendendoci più oggetti che soggetti.

In tutto questo contesto, descritto qui per altro in modo alquanto generico ed approssimativo, si innesta l’adolescenza.

La famiglia è per eccellenza il luogo della disuguaglianza. Genitori e figli sono profondamente diversi, anche se simili.

A tutti è evidente la differenza tra un bambino e un adulto. Le possibilità di azione di un adulto sono sempre aspirazioni dei bambini, semplici sogni per tutta l’infanzia.

Quando sarò grande potrò …. non tutto ma di tutto, e anche di più…

Arriva un momento in cui questo essere piccoli ed essere grandi si mescola in una miscela esplosiva.

Il corpo si sviluppa e l’aspetto fisico è ormai simile a quello di papà o di mamma. Magari un ragazzo ha più forza fisica del suo papà e si sente più forte di lui. Una ragazza si sente più bella della mamma…

Il classico gioco della vita.

La disuguaglianza nella famiglia diventa un motivo di conflitto. E’ messa in discussione. Ogni minuto. Quello che ieri non si poteva fare oggi è possibile. Ed improvvisamente i ragazzi e le ragazze vogliono poter fare tutto e subito.

I genitori ovviamente sono spaventati e sono costretti a trovare una posizione di contenimento di tanta esuberanza, assumendo sempre il ruolo di moderatori, proponendo o imponendo regole, orari, limiti.

Diventano insomma, nella visione dei ragazzi, l’ostacolo che si incontra nella strada per la libertà piuttosto che coloro che li accompagnano nella conquista dell’autonomia.

La disuguaglianza nella famiglia, vissuta fino al giorno prima in modo del tutto naturale, diventa insopportabile, vero e proprio campo di battaglia dove ogni regola va infranta, ogni orario va allungato,ogni limite va ridimensionato.

Ogni famiglia ovviamente ha la sua storia e le sue modalità, ma i temi in generale sono questi un po’ per tutti.

Si inserisce però, in questa dinamica naturale, il fattore CONSUMO.

L’emotività nell’adolescente è particolarmente sensibile, proprio perché si attraversa una fase di rapide trasformazioni che costringono ad adattamenti non sempre altrettanto veloci.

Il bisogno di essere adeguati, simili, UGUALI al gruppo dei pari, agli amici, ai compagni, sembra essere l’interesse principale.

E siccome il tentativo sociale è quello di spersonalizzarci per ridurci a semplici CONSUMATORI, per ovvi interessi economici, ecco che gli adolescenti sono facili prede dei consumi più banali, inutili e, spesso e purtroppo, dannosi.

La prima proposta di “emancipazione” per i ragazzi è la sigaretta. Terribile trappola a cui ben pochi ragazzi riescono a resistere.

Più raccontiamo che di sigarette si muore e più i ragazzi ne sono attratti. Ovvio, in una società in cui gli adulti sono grandi CONSUMATORI di tabacco, i ragazzi sono molto propensi a compiere questo gesto per sentirsi finalmente grandi. Banale e micidiale.

I morti si contano negli anni successivi.

🙁

Ma subito dopo la sigaretta arriva la trappola della marijuana.

Qui i fattori sono molteplici. Diverse le attrazioni.

Prima di tutto la trasgressione è più forte. Si crea subito una necessità di nascondersi dai propri genitori. Si sta usando una sostanza illegale. Ci si allontana dai genitori che, nella mente dei ragazzi “mai potranno capire…”

Ma poi, il messaggio micidiale insito nel consumo di marijuana, è quello dell’uguaglianza.

Il rito del consumo prevede un cerchio di persone che condividono lo spinello o il cilum.

Tutti fumano dallo stesso oggetto. Tutti ricevono le stesse sensazioni. La marijuana diventa la droga dell’uguaglianza e dello sharing, della condivisione, della democrazia, del comunismo dove Facebook è il luogo dell’incontro che non finisce mai, continua dalla piazza di ritrovo fino alle aule della scuola o le stanze di casa, grazie anche alle tecnologie portatili che ci permettono di continuare una vita collettiva in un rito di consumo senza fine.

Così il gruppo di ragazzi diventa un gruppo di UGUALI, luogo di pace e di solidarietà, dove UNO VALE UNO… (come contrabbandano anche gli adescatori di tardi adolescenti come il M5S di Beppe Grillo)

Contrapposto alla famiglia, dove la DISUGUAGLIANZA ancora esistente diventa terreno di battaglia, dove i genitori diventano un semplice supporto economico, ma sono spesso vissuti come ostacolo alla propria indipendenza, alla propria libertà, alla propria conquista di una identità che non è più quella del bambino ma non è ancora quella dell’adulto.

E allora? I genitori restano disorientati, i ragazzi sono disorientati e la confusione a volte può prevalere e creare situazioni sempre più complesse con matasse sempre più difficili da dipanare.

Anche perché il gruppo di ragazzi può diventare branco, piccola gang. La condizione di illegalità della marijuana li mette comunque in una posizione illegale, dove una volta infranta la legge in modo così banale la strada per nuove infrazioni è aperta, come il piccolo furto o lo spaccio… E tutto questo può aggravare situazioni che magari sono gestibili anche con maggiore serenità.

Per i genitori diventa allora necessario dotarsi di adeguati strumenti di lettura di tutte queste situazioni potenzialmente esplosive, per non vedere i propri figli allontanarsi sempre di più in una società che è pronta a fagocitarli, a vederli soltanto come CONSUMATORI facilmente influenzabili, renderli vittime di falsi bisogni che li allontanano dalla loro affettività, dalla reale conoscenza di se stessi e dalla formazione dell’identità.

Gli strumenti psicanalitici non sono necessariamente inaccessibili, o privilegio di pochi fortunati, ma possono e dovrebbero diventare un patrimonio condiviso della nostra società.

Grazie anche al

C.I.R.S.O.P.E. Centro Italiano per la Ricerca Scientifica Operativa nella Psicanalisi e nell’Educazione

La magia dell’abbraccio.

Ecco i protagonisti

Domenica 22 Maggio ad Ascoli Piceno alcuni ragazzi hanno lanciato l’iniziativa degli abbracci gratis, o Free Hugs.

Ho partecipato molto volentieri diffondendo anche un personale bigliettino:

L’azione nel centro cittadino di Ascoli Piceno ha suscitato un grande consenso. Quasi tutte le persone a cui è stato offerto un abbraccio lo hanno accettato con piacere, ricambiandolo affettuosamente e spesso commentando: “Bravi! Bravi!”

Il sorriso ha sempre accompagnato sia i ragazzi sia le persone che hanno avuto la fortuna di ricevere uno o, il più delle volte, numerosi abbracci.

Sembrava veramente di vedere passare una ventata che regalava serenità e gioia a tutti, anche se, magari, soltanto per pochi attimi.

Sono rimasto particolarmente colpito dall’approvazione delle persone anziane, sempre entusiaste.

Quattro signore non proprio giovanissime, già abbondantemente abbracciate da quasi tutto il numeroso gruppo, hanno “preteso” un caloroso abbraccio anche da me …

Questi ragazzi smentiscono il luogo comune che descrive i giovani come insensibili e indifferenti a tutto e a tutti.

I giovani hanno invece una grande energia, e una grande voglia di esprimere la loro affettività.

Nonostante un mondo che propone quasi esclusivamente “consigli per gli acquisti”.

Mi ha meravigliato invece il fatto che fossi l’unica persona oltre i 20 anni!

Sono stato accolto dal gruppo di ragazzi con la più grande semplicità.

Grazie ragazzi ! Siete grandi !

Le foto su Ascoli da Vivere
Le foto su Facebook

L’abbraccio ha una grande funzione sociale e terapeutica. Anche all’interno della famiglia è spesso trascurato. Soprattutto durante l’adolescenza si tende ad abbandonare il contatto fisico con i genitori, come fosse un segnale per manifestare la propria indipendenza.

Mentre è vero tutto il contrario: maggiore è la capacità di abbracciare i propri genitori, soprattutto l’omologo, maggiore è la propria reale autonomia.

Il rifiuto o il disamore per l’abbraccio dei genitori rischia di rendere difficile e impacciato anche il contatto fisico tra i coetanei. Anche i genitori, a volte, si “dimenticano” di coccolare un po’ i loro figli “ormai diventati grandi”.

Va bene così ragazzi!

Restiamo umani!

 

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Facciamo OPPOSIZIONE: Cambiamento e felicità SUBITO.

 

Chicco Testa sul nucleare, i tic e le bugie. Piccole coincidenze.

Che vergogna!

Chicco Testa era Presidente di Legambiente.

Il referendum del 1987 porta infine all’abbandono dell’energia nucleare in Italia.

Testa commentava allora:

« Il risultato è di grandissimo interesse politico. La battaglia è stata dura per i grossi interessi in campo »

Oggi è un dirigente d’azienda. E ha scritto un libro in difesa dell’energia nucleare.

**********

Durante una conversazione, di tanto in tanto ci si tocca il viso, ma all’approssimarsi del tentativo di mentire il numero delle volte in cui avvengono questi toccamenti aumenta in maniera significativa. E tra questi toccamenti autoreferenziali segnaliamo: lo sfregarsi il mento, il grattarsi un sopracciglio, il toccarsi il naso, l’accomodarsi i capelli, e il coprirsi la bocca. In particolare due di queste azioni diventano frequentissime:

* il toccarsi il naso
*  il coprirsi la bocca.
Per quanto invece riguarda il toccarsi il naso sembra ci sia una duplice spiegazione:

1.la mano si alza per nascondere “la menzogna” (il mentitore), ma viene deviata da quella parte del cervello che non può permettere che la copertura risulti così evidente; così, trovandosi il naso nelle vicinanze più prossime, la mano allunga il movimento giusto di quel poco, riuscendo nella sua funzione originaria senza svelarsi apertamente;
2.all’approssimarsi della menzogna un lieve aumento di tensione produce piccoli mutamenti fisiologici, alcuni dei quali agiscono sulla sensibilità del rivestimento interno della cavità nasale, provocando una sensazione di leggero (spesso inconsapevole) prurito, inducendo la mano (spesso in modo inconsapevole) a sfregare il naso.

Leggiamo invece quanto scrive Jean-Martin Charcot:

“I tic consistono nell’esecuzione improvvisa ed imperiosa, involontaria ed assurda, di movimenti ripetuti che rappresentano spesso una caricatura di un atto naturale”. Tra i più frequenti vi sono quelli a carico del viso come l’aggrottamento delle sopracciglia, smorfie, sbattere le palpebre, movimenti del mento, senza dimenticare il sollevamento delle spalle o i tic respiratori come il tossicchiare, lo storcere o il soffiare il naso. Normalmente l’esecuzione del tic nervoso rappresenta il raggiungimento di un sollievo subito dopo un forte vissuto di disagio o ansia. Durante tali situazioni, in queste persone sono spesso presenti sensazioni di vergogna o di colpa per affrontare le quali adottano la tattica di scaricare la tensione con una condotta motoria afinalistica.”

Attenzione però, scrive Vittorio Volpi:

“L’uso della modalità di natura economica in luogo della modalità di natura simbiotica riduce pertanto le possibilità espressive della persona allorché, per esempio, sostituisce all’amicizia la seduzione, all’amore l’erotismo, alla fiducia il controllo, all’assunzione di responsabilità l’esercizio del potere. La visione della realtà, non più equilibrata su due versanti, diventa prevalentemente economica. Il concetto stesso di sentimento si perde e si confonde con quello di emozione, in quanto l’investimento affettivo costante e profondo è precluso, e la sola esperienza disponibile è quella della risposta emotiva immediata ed effimera.

Si comprende allora perché mai una tale situazione produca atteggiamenti ripetitivi, rigidi e stereotipati, quelle “strutture di sopravvivenza”, dotate di comportamenti peculiari – cui si fa riferimento nella letteratura scientifica, per descrivere le varie forme di malattia mentale – che consentano di tenere a bada i sentimenti, e tuttavia di continuare a rispondere alle esigenze quotidiane.”

Ho la vaga sensazione che l’illuminazione sulla Via di Damasco che ha convertito il nostro Chicco Testa all’apologia dell’energia nucleare renda parecchi soldi, ma sia alquanto dispendiosa in termini di salute.

Ci puoi sempre ripensare Chicco …

Anche perché potresti rischiare di trovarti a spaccare la faccia a qualcuno senza nemmeno volerlo …

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Uguaglianza: il tempo è uguale per tutti.

John and Bob Kerr_ Photo by Sabine Meyer 1991

Il nostro mondo è pieno di diseguaglianze, ricchi e poveri sono lontani anni luce per la differenza di beni posseduti. Alcuni muoiono di fame mentre altri nuotano nell’oro.

Ma, a parte gli eccessi, che dovrebbero sempre essere eliminati, vista l’assurdità della morte di bambini colpevoli soltanto di essere nati nella parte sbagliata del mondo, in qualcosa siamo tutti uguali.

Le nostre giornate sono per tutti di 24 ore. Il tempo passa e nessuno diventa più giovane.

Una banalità, certo, ma quante volte ci soffermiamo a pesare il nostro tempo?

Quante volte ci impegniamo veramente a difendere il tempo che possiamo destinare a noi stessi, ai nostri affetti, ai nostri interessi?

Tutti dobbiamo dedicare alcuni tempi fisiologicamente alla sopravvivenza: dormire, bere, mangiare, urinare e defecare sono attività cui nessuno, ma proprio nessuno, può rinunciare.

E già dedicarsi a queste attività con un certo gusto, piuttosto che come allo svolgimento di pure necessità, aiuta il nostro benessere.

Potremmo aggiungere anche lavarsi, e lavare i denti …

Anche questo può essere piacevole!

Anche il luogo dove viviamo andrebbe mantenuto pulito e ordinato, già più noioso tuttavia abitare in un luogo accogliente è anch’esso un piacere (casa mia casa mia, per piccina che tu sia…)

Diciamo che, ad andar bene, 10 ore al giorno sono piene per queste attività essenziali.

Ne restano 14! Neanche poche …

Se 8 ore servono per lavorare magari altre 2 o 3 ore servono per raggiungere il posto di lavoro.

E già questa è una grande fregatura, perché questo è tempo che nessuno ci paga, anzi dove sosteniamo spese per spostarci, oltre ai disagi dovuti ad un traffico spesso congestionato, costoso e disagevole.

Una organizzazione migliore ed il telelavoro potrebbero aiutarci, anche perché sembra che in fatto di tempo libero gli italiani siano gli ultimi in Europa …

E forse qualcosa si sta muovendo, con l’aiuto del governo (strano, ma sembra vero) e il beneplacito di tutti i sindacati (uuuhhh!).

Allora ben venga il maggiore spazio per noi stessi e per i nostri affetti, purché non venga buttato via davanti alla TV…

In effetti sembra che quello che ci rubano, che cercano di prenderci a nostra insaputa sia proprio il tempo, il NOSTRO TEMPO.

Questo tempo LIBERO, se non stiamo più che attenti, in realtà viene ingabbiato nelle abitudini che ci rimbambiscono: la TV o la droga (intesa come sigarette, alcool e altri stupefacenti) o lo sport inteso come tifo (soprattutto calcistico).

La cultura, l’arte, la pratica sportiva, l’amore, l’affetto hanno magari meno spazio nella nostra vita della pubblicità (che subiamo passivamente), di you tube, delle partite di calcio trasmesse in TV, del sesso pubblicizzato o venduto, delle avventure dei reality show o anche di Facebook e Internet che ci portano a volte a naufragare senza meta più che a navigare!

Insomma, teniamoci il nostro tempo e non lasciamoci fregare stupidamente!

Pretendiamo di avere il lavoro vicino, o i mezzi di trasporto efficienti, o di lavorare a casa.

Cerchiamo di avere attenzione per coloro che ci sono vicini, con cui abbiamo un rapporto di amore e di amicizia. Non finiamo per considerarli come una parte scontata del nostro quotidiano.

Ognuno di noi è VIVO.

Finché siamo in tempo!

Ritmo di Tamara de Lempicka -1925

Tamara de Lempicka

Equilibrio precario

Abbiamo bisogno di equilibrio, sempre.

Poggiamo i piedi su una terra che ci dà sicurezza o su un filo sospeso nell’aria.

L’equilibrista sceglie di mettersi in una situazione di pericolo per mostrare la sua abilità, mentre noi, talvolta, ci sentiamo sospesi nel vuoto nostro malgrado.

Precarietà, instabilità, paura del futuro sono le parole che l’anno appena concluso ha diffuso sempre di più.

E questo determina le nostre incertezze, il nostro sentirsi appesi a un filo.

Ma ci sono aspetti non sempre espliciti in questo equilibrio precario.

Sembra che nella lotta tra avere o essere di Erich Fromm, la prevalenza dell’avere nella nostra società sembra avanzare incontrastata.

Eppure l’equilibrio non è dato semplicemente dal possesso di beni.

Vittorio Volpi, psicanalista, scriveva:

“La salute mentale si fonda sull’equilibrio fra due modalità di rapporto con la realtà circostante: quella di natura economica e quella di natura simbiotica.

La modalità di natura economica mediante l’intelligenza razionale (o ragione, capacità di rilevare e collegare fra loro secondo nessi logici i fenomeni osservati) interviene a stabilire il rapporto psicofisico con il contesto circostante, per garantire la sopravvivenza fisica dell’individuo.

La modalità di natura simbiotica si vale del sentimento (o sensibilità emotiva, capacità di commuoversi, ovvero di sentire e di esprimere i contenuti emotivi, in sè e nella comunicazione con gli altri. Da non confondersi con la capacità di provare determinate emozioni, quali la paura, l’ira, la gratificazione, la soddisfazione) nello sviluppo del rapporto psicoaffettivo con il proprio contesto umano e ambientale, e garantisce la sopravvivenza emotiva dell’individuo.”

(Vai all’articolo per approfondire)

Da queste righe si deduce che:

Se temiamo per la nostra sopravvivenza fisica, per i nostri bisogni, possiamo ricorrere ai nostri affetti per cercare di compensare le nostre carenze.

In effetti i poveri sfortunati che muoiono magari di freddo in questi giorni nel mondo occidentale, con ogni probabilità non hanno nessuno al mondo a cui chiedere aiuto; cioè la loro povertà, oltre che economica, è anche affettiva.

Se invece temiamo per i nostri sentimenti, li consideriamo inaccettabili, non siamo più in grado di riconoscere l’amore che i genitori provano (o hanno provato) per noi come un sentimento che ci riscalda, che ci rassicura, che ci fortifica, allora per forza di cose ricorriamo ai bisogni materiali, e in tal senso siamo portati a sopravvalutare i nostri bisogni reali e a sentirci deprivati se non godiamo di tutte le comodità che il mondo moderno ci propone.

Scriveva ancora Vittorio Volpi:

“Come si manifesta la perdita dell’equilibrio fra la modalità di rapporto di natura economica e quella di natura simbiotica, a danno di quest’ultima?

Principalmente con l’instaurarsi dell’anestesia del sentimento e, di conseguenza, con l’ipertrofia delle facoltà razionali per compensare le carenze sul versante affettivo.”

Alla luce di queste considerazioni occorre chiedersi se la nostra società moderna non sia di per sé completamente sbilanciata verso il materialismo, ovvero verso quella modalità economica dove sembra che l’unica cosa importante sia il consumo e il possesso di oggetti sempre più potenti da un punto di vista tecnologico.

Diventando sempre maggiori le necessità economiche di una società che sopravvive soltanto grazie a una iperproduzione di oggetti per lo più superflui, le capacità tecniche più importanti, oltre a quelle legate alla produzione industriale, sono proprio le tecniche di persuasione che, grazie a leve di tipo emotivo, riescono a condizionare la nostra percezione del mondo.

Ormai siamo diffidenti verso qualsiasi prodotto che non abbia un sufficiente supporto pubblicitario.

Ciò significa che quando noi compriamo un prodotto paghiamo, oltre al costo della produzione i costi legati alla diffusione del prodotto.

Cioè io compro l’auto X piuttosto che Y perché la comunicazione che ha svolto X è più convincente di quella di Y.

Almeno per me, che non sono altro che un individuo che fa parte di un certo gruppo di individui che costituisce l’obiettivo dei comunicatori di X.

Ma questa necessità di vendere ha bisogno di una carenza affettiva sulla quale costruire i bisogni.

Perciò la società è portata a distruggere i rapporti affettivi, in quanto essi non sono altro che una distrazione dal consumo.

La stessa diffusione del fenomeno dei single, che tendono a diventare più numerosi delle famiglie, ha un bel riscontro nel consumo. Vediamo per esempio che, secondo la Coldiretti, “La spesa mensile per gli alimenti di un single ammonta a circa €312,00/mese mentre quella di una famiglia ammonta a circa €190/mese. Quali sono le ragioni alla base di questa tendenza?”

Ma quali sono le conseguenze di questo disequilibrio? Che risvolti pratici può avere per noi conoscere queste cose?

Possiamo fare molta attenzione a tutto ciò che tende a separarci dai nostri affetti.

Si comincia subito, anche prima della nascita, preparando un parto dove la separazione tra madre e figlio sarà immediata, sempre che si abbia la fortuna di riuscire ad evitare un parto cesareo che esclude la mamma dalla coscienza della nascita.

Poi si continua sabotando l’allattamento al seno e si va avanti raccontando fandonie sugli asili nidi che già a sei mesi aiuterebbero i bambini a socializzare …

E si continua a interferire in ogni modo nel rapporto d’amore tra genitori e figli, grazie agli esperti, sempre più competenti dei genitori, alla scuola dove i genitori sono spesso vissuti come la causa delle difficoltà dei figli e dove il giudizio scolastico pesa come un macigno ed è squalificante nei confronti dell’autorità dei genitori.

Infatti l’autorità dei genitori passa subito in secondo piano, anzi viene annullata in confronto a quella degli insegnanti che hanno il potere di assegnare un voto, un giudizio che assegna ad ogni bambino un suo valore “oggettivo” poiché proviene dall’esterno della famiglia.

In effetti la scuola, così com’è attualmente strutturata, con i suoi giudizi, valuta non soltanto i ragazzi ma anche le loro famiglie, minando le sicurezze e le capacità dei genitori.

In definitiva il nostro equilibrio sembra sempre più appeso ad un filo, ma sta a noi fare attenzione a non farsi abbindolare, ad evitare di pensare che tutto dipenda da ciò che possiamo permetterci e ciò cui dobbiamo rinunciare.

Sta a noi impedire che le esigenze materiali ci costringano ad un eccessivo allontanamento dai nostri affetti, che hanno bisogno di essere coltivati, hanno bisogno di tempo e non soltanto di un paio di scarpe nuove.

Attenzione, cadere dal filo cui siamo appesi fa male!

Lettera aperta a Lameduck, fumando il calumet della pace!

Da alcuni giorni discuto un po’ animosamente con Lameduck

sul blog del Tafanus.

Il tema del dibattito ha origine nel post di Lameduck riguardante l’omicidio di Sarah Scazzi: A chi non ti ha difesa

Il punto di vista di Lameduck è originale e interessante ed individua nell’omertà delle altre donne della famiglia il vero responsabile della tragedia che, secondo l’autrice, poteva essere evitata.

Non mi dilungo sulla questione, chi ne ha voglia legga l’articolo e i relativi commenti.

A un certo punto però, tra me e Lameduck avviene un corto circuito. Sembriamo proprio due caproni che si tirano cornate uno contro l’altro a testa bassa.

Sto cercando di capire il motivo di questo scontro e se può essere utile in qualche modo, anche perché su diversi punti le idee mie e di Lameduck convergono.

Per esempio concordiamo sul fatto che i disagi all’interno della famiglia possano e debbano essere prevenuti, con una educazione che abitui al dialogo e ad una serena espressione dei propri sentimenti.

Tuttavia a un certo punto, tra un commento e l’altro, io scrivo:

“Essere genitori è una delle cose più difficili che possa capitare, oltre a essere una delle cose più belle. Tuttavia è una situazione nella quale appena viene al mondo una nuova creatura i genitori iniziano subito a sentirsi inadeguati: sbaglio a fare così? o cosà? Mille dubbi, mille perplessità. In situazioni nelle quali, nel 99% dei casi, si vorrebbe sempre il meglio per i propri figli.

Esiste tutta una cultura ed una industria che sguazza in questi sensi di colpa quasi innati dei genitori.
Grazie ad essa si vendono accessori del tutto inutili, passeggini super accessoriati, biberon super anatomici, giocattoli inutili e cretini, merendine al veleno etc etc etc.
Fin da subito, se appena è possibile, si sabota il processo naturale dell’allattamento, sempre per vendere latte in polvere, succhiotti e biberon e via di questo passo.

In una parola la società intera INTERFERISCE pesantemente nel rapporto d’amore naturale che esiste tra genitori e figli, producendo genitori sempre più colpevolizzati e infine incapaci per davvero di prendersi cura dei propri figli.”

Continuo asserendo che l’articolo di Lameduck si inserisce in questo contesto di attacco alla famiglia.

Il mio discorso viene ignorato e ridicolizzato da Lameduck:

Intanto sembra che l’unica cosa che mi interessi sia competere con lei:

“Dai, vuoi solo rubare la scena, ammettilo.”

Questa frase nega qualunque valore al mio discorso, sembra che io scriva non tanto per comunicare un’esperienza e delle conoscenze, ma per arrecare danno a Lameduck !!!

Ma quello che più mi fa incazzare è che io porto l’esempio dell’allattamento al seno semplicemente per spiegare un fenomeno come quello dell’ INTERFERENZA SOCIALE ED ECONOMICA sulla vita della famiglia, e questo esempio viene preso per criticare l’allattamento al seno, come se si trattasse di una scusa banale per colpevolizzare ancora una volta le donne!!!

Scrive infatti Lameduck:

“”Fin da subito, se appena è possibile, si sabota il processo naturale dell’allattamento, sempre per vendere latte in polvere, succhiotti e biberon e via di questo passo.”
La tua ricetta rivoluzionaria, mi pare di capire, è offrire una tetta calda di latte al proprio figlio fino a vent’anni e passa tutto, anche il cancro, come diceva Jannacci. Come dire, deleghiamo tutto alla donna ed alle ghiandole mammarie, che è più comodo. E se la donna il latte non ce l’ha o non vuole allattare (per motivi suoi) o ha le ragadi (fanno male, sai?) che facciamo, la sopprimiamo e torniamo alle balie brianzole o alle vacche Frisone? La famiglia non è da condannare, ma sotto sotto la donna qualche colpa ce l’ha se non ti ha allattato, vero psicanalista?”

Su questo è bene precisare alcune cose:

1. L’allattamento al seno è un’ottima prevenzione anche per il disagio psichico.

2. E’ consigliato dalla Organizzazione Mondiale della Sanità l’allattamento al seno fino oltre i due anni di età.

3. Ridicolizzare questo utilissimo strumento preventivo fonte di benessere e di sanità per la donna e per i bambini fa parte dello stesso tipo di sabotaggio che la società svolge per interessi prevalentemente economici.

4. Quanto alla donna che “il latte non ce l’ha” come scrive Lameduck vorrei citare il documento del Ministero della Salute del 2007 (governo Prodi) “Linee di indirizzo nazionali sulla protezione, la promozione ed il sostegno dell’allattamento al seno”  (scarica QUI) a pagina 2

“il Ministero della salute, in conformità con le indicazioni dell’Organizzazione Mondiale della Salute (OMS), raccomanda perciò, come misura di salute pubblica, che i bambini siano allattati esclusivamente al seno fino a sei mesi e che l’allattamento al seno continui poi, con adeguati alimenti complementari fino a che la madre ed il bambino lo desiderino, anche dopo l’anno di vita;
il Ministero della salute riconosce che l’allattamento al seno è un diritto fondamentale dei bambini e che è un diritto delle mamme essere sostenute nella realizzazione del loro desiderio di allattare nel rispetto delle diverse culture e nell’impegno a colmare ogni tipo di disuguaglianze. A parte rari e specifici casi in cui l’allattamento al seno è impossibile o controindicato, le donne che, dopo aver ricevuto un’informazione completa, corretta ed indipendente da interessi commerciali sull’alimentazione della prima infanzia, decidano di alimentare artificialmente i loro figli, devono essere rispettate per questa loro decisione e devono ricevere tutto il sostegno necessario a metterla in pratica nel miglior modo possibile. È compito degli operatori sanitari e sociali fornire alle donne informazioni corrette sui benefici e sulla pratica dell’allattamento al seno, in modo che le stesse possano prendere decisioni informate. Per garantire la massima indipendenza, queste informazioni non possono essere fornite da entità che abbiano interessi commerciali nella produzione, distribuzione e vendita di alimenti per l’infanzia e di strumenti per la loro somministrazione”

5. Quanto alle “ragadi che fanno male” (aspettavamo Lameduck per questa notizia sensazionale 🙂 sorry) esse si formano principalmente a causa di un’errata postura del bambino durante la poppata e non dovrebbero essere una causa di interruzione dell’allattamento, visto che è un problema che si può risolvere con facilità e con una buona informazione, che si può trovare dalle organizzazioni femminili di sostegno all’allattamento al seno, come il MAMI o La Leche League.

6. Nessuno ha mai pensato di colpevolizzare le donne che non allattano. Se Lameduck avesse letto bene i miei commenti avrebbe letto che una delle cose che ritengo maggiormente dannosa per l’equilibrio delle famiglie è proprio la colpevolizzazione dei genitori:

“Essere genitori è una delle cose più difficili che possa capitare,(…) appena viene al mondo una nuova creatura i genitori iniziano subito a sentirsi inadeguati: sbaglio a fare così? o cosà?(…)

Esiste tutta una cultura ed una industria che sguazza in questi sensi di colpa quasi innati dei genitori.(…)

Infine, cara Lameduck, se tu scrivi che

“La mia psicologia non varrà un cazzo ma io almeno ho il buon gusto di non esercitare e di occuparmi di servizi più socialmente utili.”

non aiuti proprio nessuno ad utilizzare la psicologia e la psicanalisi quando qualcuno ha bisogno di un sostegno.

Neanch’io esercito, ma per motivi dovuti a mie difficoltà e anche a fattori economici, anche se mi piacerebbe lavorare soprattutto nel campo della prevenzione. Ma mi guarderei bene dall’affermare che la psicologia è un servizio sociale ben poco utile, come si deduce da ciò che scrivi!

Infine ti ringrazio per aver stimolato queste riflessioni, anche se rimango deluso della tua ignoranza e presunzione (scusami se insisto, ma mi piace dire le cose che penso chiare e tonde) su un argomento tanto rilevante.

Un abbraccio sincero

Giorgio

P.S. scusami se metto in rilievo la tua ignoranza sul tema, ma credo che la prevenzione e il benessere di donne e bambini hanno la precedenza sulla tua sensibilità che spero di non ferire. Sono temi su cui è necessario essere estremamente chiari e c’è già abbastanza gente che diffonde disinformazione sul tema. Mi dispiace molto che proprio tu, che stimo molto su altri temi, debba fare ironia in un campo dove una maggiore attenzione è necessaria da parte di tutti.

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“Un altro aspetto che testimonia bene la nuova alleanza tra scienza e tradizione riguarda il modo di tenere fisicamente il neonato. Mentre dal moderno in avanti si è spesso teorizzato qualcosa come «non prenderlo in braccio se no lo vizi», i neonati dei nostri progenitori passavano gran parte del tempo addosso alla loro madre, che nel frattempo si dedicava ad altre diverse occupazioni; lo stesso fanno tuttora le donne in molte culture tradizionali di tutto il mondo1. Gli autori di un documentato e ampio studio2 sostengono che i bambini occidentali ricevono invece in prevalenza un accudimento distante sia di giorno che di notte, il che limita le stimolazioni sensoriali, i contatti pelle-pelle e sguardo-sguardo, e anche le vocalizzazioni e gli altri giochi sociali. Il contatto fisico per l’infante è dunque un nutrimento fondamentale sia sul piano psicologico che su quello neurologico3. I bambini che vengono portati addosso da un adulto per almeno tre ore al giorno, piangono tra il 40% e il 50% in meno della media4.

Ci è parsa quindi naturale l’aspirazione a una completa rifondazione dei nostri concetti di prevenzione del disagio psichico infantile, adolescenziale e adulto. Non è questa la sede idonea per una disamina completa di questa ipotesi, ma, come affermato alla fine del paragrafo precedente, è quanto meno possibile tradurre quanto emerso dalle nostre casistiche in obiettivi possibili per una prevenzione efficace.”

Promuovere, proteggere e sostenere l’allattamento materno a cura di Stefano Campostrini e Stefania Porchia

Allattamento materno: chi ben comincia … è a metà dell’opera!

Psicanalisi: una scienza per tutti !

Documenti da scaricare:

Dichiarazione degli Innocenti sulla protezione, promozione e sostegno dell’allattamento al seno (UNICEF – OMS)

Linee di indirizzo nazionali sulla protezione, la promozione ed il sostegno dell’allattamento al seno (Ministero della Salute – 2007)