Collaborare o competere ?

Da “Attivare le risorse del gruppo classe” di Mario Polito, pag. 304-305-306

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Un insegnante descrive alcune difficoltà nella realizzazione di un progetto sulla collaborazione in classe:

“Vorrei riportare un fatto che mi è accaduto.

Insieme con i miei colleghi abbiamo elaborato un progetto sulla collaborazione, sullo star bene insieme.
Abbiamo presentato l’importanza di questo progetto ai genitori e agli studenti.
Nonostante il nostro impegno, abbiamo notato alcune situazioni sconfortanti.

Gli studenti avevano creato una gerarchia fra le varie materie: questo progetto di educazione ai sentimenti non veniva considerato alla pari delle altre materie, ma veniva percepito come un divertimento, come un giochino di socializzazione. In breve, come una perdita di tempo.

Quando si chiedeva loro: “Che cosa avete fatto a scuola?”, molti rispondevano frettolosamente: “Ah, niente. Abbiamo parlato”.

Probabilmente questi ragazzi ritenevano che la scuola fosse qualcosa di diverso.

“Scuola” nella loro mente è associata a spiegazione, interrogazione, voto.

Un’altra osservazione scoraggiante ci è stata presentata da alcuni genitori.

Venendo a colloquio, ci hanno chiesto costantemente: “Come va mio figlio ? Quanto si impegna ? Quali difficoltà incontra nella sua materia?”, ma nessuno di loro mi ha chiesto: “Cosa stanno facendo di interessante? In cosa consiste questa esperienza di collaborazione? Mio figlio e i suoi compagni stanno migliorando come persone? Come stanno cambiando le relazioni far di loro? Come si è modificato il clima in classe?”.

Mi rendo conto che non basta fare un progetto di educazione ai sentimenti o di apprendimento cooperativo.

Mi rendo conto anche che ci sono molte difficoltà, resistenze e svalutazioni verso l’approccio basato sulla collaborazione” .

E’ utile riflettere su questa contraddizione tra la nostra valorizzazione di progetti pedagogici di apprendimento cooperativo o di educazione ai sentimenti e la svalutazione che ricevono nella nostra società, dove si respirare costantemente un atteggiamento egocentrico di affermazione individuale, anche a scapito degli altri.

Possiamo notare che spesso, all’interno dei valori oggi dominanti, si tende a presentare la vita come una lotta, con l’unico obbiettivo di emergere.

Si esaltano i vincenti e si offendono i perdenti. Si suggerisce implicitamente che per emergere bisogna scalzare gli altri, che l’affermazione di uno consiste nell’esclusione di molti.

Questa è la trama del nostro modello culturale e sociale.

In alcuni contesti la gara comincia fin dalla scuola d’infanzia: bisogna raggiungere dei buoni punteggi per entrare nella scuola primaria, poi per accedere alla scuola superiore, poi per essere ammessi all’università , e infine per ottenere una buona sistemazione professionale.

La vita diventa una scalata per poter raggiungere i posti più elevati superando ed escludendo gli altri.

E’ una mentalità talmente diffusa e considerata normale che quando un insegnante propone dei progetti di apprendimento cooperativo, di collaborazione, di educazione ai sentimenti, viene frainteso dagli studenti, dai genitori e da quei dirigenti scolastici trasformati in manager di tipo aziendale.

Spesso i genitori chiedono ai figli: “Che voto hai preso?”, invece di domandare: “Quali esperienze avete fatto in gruppo? Che cosa è emerso all’interno della vostra classe? A cosa state lavorando insieme? Come riuscite a collaborare? “.

Generalmente i genitori manifestano poco interesse all’esperienza relazionale dei propri figli all’interno del gruppo classe. Mirano ai voti, al risultato.

Molti sono immediatamente pronti a giustificarsi: “Ma alla fine sono solo i voti che contano”.

Questo messaggio individualistico e competitivo si è ormai fortemente radicato nella mente e nel cuore degli studenti.

Forse sono proprio gli adulti che non credono abbastanza al valore della collaborazione a scuola.

Oppure presentano una singolare scissione: superficialmente, manifestano ammirazione verso i progetti di educazione alla collaborazione, ma in fondo pensano sia migliore la competizione, la selezione, il successo del proprio figlio rispetto agli altri:

“Gli altri che non riescono? Si arrangino. La scuola non è un istituto di beneficenza” .

La competizione è molto seduttiva: si insinua nella vanitosa aspettativa dei genitori di avere dei figli prodigio, si radica nell’egocentrismo esaltato di alcuni studenti che, per mancanza di una autentica autostima, hanno bisogno di essere considerati i migliori per sentirsi superiori.

Naturalmente, per raggiungere tale scopo, ci devono essere altri studenti da svalutare e da etichettare come inferiori.

Le domande pedagogiche che ci incalzano sono le seguenti:

Quale tipo di società stiamo costruendo o vogliamo costruire?

Una società competitiva o collaborativa?

Qual è la funzione della scuola in una società competitiva?

Qual’ è la sua funzione in una società collaborativa?

La scuola è al servizio degli interessi economici centrati sul profitto e sulla competizione di mercato?
Oppure è un luogo formativo per tutti, dove ciascuno può dedicarsi all’esplorazione dei propri talenti e alla formazione delle proprie competenze professionali, ma anche culturali ed esistenziali?

Possediamo una cultura della solidarietà e della costruzione del bene comune?

Le risposte a questi interrogativi sono per il momento scoraggianti.

Tuttavia, il compito dell’insegnante è di stimolare ogni studente a porsi domande sul tipo di società in cui viviamo e di orientare un pensiero comune verso la costruzione di progetti esistenziali più autentici, sia personali che sociali.

__________________________________________________________________________________________

La scuola avrebbe bisogno di risorse e di formazione, i nostri ragazzi ne hanno bisogno

e invece …

Tagli alla scuola pubblica

Il Governo Berlusconi mantiene la promessa: 36.218 docenti e 4.945 classi in meno, a fronte di un aumento di 37.876 alunni. La dieta imposta all’istruzione non migliora la qualità della scuola: nel dossier 2009 di Legambiente i tagli all’istruzione dal 2002 al 2010

Scarica qui il dossier completo di Legambiente

Un ringraziamento all’autore, Mario Polito, che ha gentilmente autorizzato la pubblicazione del brano e al Gruppo Comitati-Genitori da cui ho ricevuto la segnalazione.

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Spezzagli le gambe! Lo sport, l’esempio e la buona educazione.

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Un pizzico di follia

Fonte

Omaggio ad Andrea Pazienza, artista scomparso tragicamente più di 20 anni or sono.

Spero soltanto che nessuno raccolga l’invito della tavola, ma a volte situazione apparentemente senza vie di uscita si possono risolvere soltanto grazie a un pizzico di follia.

In altre situazioni, troppe purtroppo, non si esce in piedi…

In fondo genio e follia spesso convivono

Tratto da Nodi di R.D. Laing

In lui ci dev’essere qualcosa che non va

perché non agirebbe come fa

se così non fosse

quindi agisce come fa

perché in lui c’è qualcosa che non va

Non crede che in lui ci sia qualcosa che non va

perché

in lui una delle cose

che non va

è il fatto che non creda che in lui ci sia

qualcosa che non va

quindi

dobbiamo aiutarlo a rendersene conto,

il fatto che non creda che in lui

ci sia qualcosa che non va

è in lui una delle cose

che non va.

in lui c’è qualcosa che non va

perché crede

che in noi ci sia qualcosa che non va

per il fatto che cerchiamo di aiutarlo a vedere

che ci dev’essere qualcosa in lui che non va

a credere che ci sia qualcosa in noi che non va

per il fatto che cerchiamo di aiutarlo a vedere che

lo stiamo aiutando

a vedere che

non lo stiamo perseguitando

aiutandolo

a vedere che non lo stiamo perseguitando

aiutandolo

a vedere che

si rifiuta di vedere

che c’è qualcosa in lui

che non va

a non vedere che c’è qualcosa in lui

che non va

a non esserci riconoscente

almeno del nostro cercare di aiutarlo

a vedere che c’è qualcosa in lui

che non va

nel non vedere che ci dev’essere qualcosa

in lui che non va

nel non vedere che ci dev’essere qualcosa

in lui che non va

nel non vedere che c’è qualcosa in lui

che non va

nel non vedere che c’è qualcosa in lui

che non va

a non essere riconoscente

che non abbiamo mai cercato di far sì

che si sentisse riconoscente

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Spezzagli le gambe! Lo sport, l’esempio e la buona educazione.

“Spezzagli le gambe, ammazzalo”, grida il genitore.

spezza gambe

Lo scenario è quello d’una partita di campionato giovanissimi a Torino. L’urlatore è un assiduo frequentatore di spalti della provincia il cui erede suda, sbuffa e corre sull’erba spelacchiata  dove le promesse del calcio subalpino si fanno le ossa. L’amore paterno lo vede già calcare ben altri palcoscenici calcistici, firmare contratti ricchi di zeri e di garanzie, dichiarare al microfono di qualche giornalista: “L’importante non è che io abbia segnato, l’importante è che la squadra vinca”.

fallaccio3

Ma, prima di arrivare a tale sincera sublimazione morale, il ragazzo dovrà spezzare tante gambe e calpestare tanti coetanei, magari dotati quanto o più di lui, magari persino più bravi a giocare al pallone.

Non importa: bisogna arrivare in alto, con qualsiasi mezzo e a qualsiasi costo.

“La situazione, nel nostro mondo, non è mai stata idilliaca”, spiega un direttore sportivo. “Negli ultimi anni – aggiunge – alcuni atteggiamenti sono peggiorati, ma devo dire che non sono una novità, purtroppo”. Eppure scoprire la situazione è scioccante. Ci sono i papà disposti a “minacciare gli altri genitori, il cui figlio ha preso il posto da titolare al loro. In qualche caso si è anche arrivati alle mani, perché chi vede il figlio andare in panchina non riesce a credere che ci sia qualcun altro che sa giocare meglio. La mentalità secondo cui, anche a scuola, se il maestro o il professore riprende il pargolo oppure gli affibbia un voto basso, non sta cercando di istruirlo ed educarlo, ma lo sta semplicemente angariando senza alcun motivo.
Nel mondo del calcio, dove il denaro facile pare alla portata di tutti e dove il successo rapido è ambito da papà e mamme di qualsiasi brocco, questi comportamenti diventano devastanti.

“Dopo aver visto un paio di partite in cui giocano bambini di 7-8 anni e i genitori urlano come pazzi, le assicuro che si resta male. C’è una sorta di guerra psicologica che spesso i papà fanno a ‘sti bambini. Non accettano errori, gli gridano di stare in quella posizione, di marcare così e cosà, di controllare meglio la palla”.
“In alcuni casi – racconta un altro addetto ai lavori che opera a Torino – ci sono le mamme disposte ad avere rapporti sessuali con l’allenatore di turno, pur di sostenere il posto in squadra del figlio, che magari rischia di finire in panchina. Non sono dicerie, purtroppo, sono fatti che avvengono più spesso di quanto si possa pensare. Oddìo, non possiamo escludere – sorride – che ci sia la mamma che va con l’allenatore perché le piace, ma mi creda che invece l’aspetto della convenienza esiste eccome”.
“In molti quartieri torinesi il calcio è l’unico appiglio per un’affermazione nella società – spiega un allenatore – era inevitabile, dunque, che il mercato, le multinazionali, i propulsori del consumismo
galoppante, non considerassero questo mercato, un esercito di piccoli consumatori, ai quali, oltretutto, è difficile negare qualcosa”.
Non c’è più la divisa sociale, una sorta di democratico simbolo d’appartenenza. Anche nell’abbigliamento bisogna distinguere il proprio figliolo dagli altri. E così si acquistano materiali, indumenti e gadget, che da un lato soddisfano la smania dei genitori, dall’altro avviano precocemente l’attenzione del bambino verso il marchio, la griffe; il merchandising delle maggiori società di calcio prevede un’ampia sezione dedicata ai più piccoli. “Per fortuna, esistono ancora genitori normali – dice il direttore sportivo – che vivono il momento ludico e agonistico come occasione di crescita e di formazione del carattere, ma si trovano persone che vedono nella scuola calcio un’ottima alternativa al ‘baby parking’, o, di contro, genitori fanatici, i tifosi incalliti. Genitori che, travolti dalla delirante enfasi agonistica, sono pronti ad insultare i propri o gli altrui figlioli. Padri di famiglia capaci di trasformarsi in bestie, pronte ad avventarsi sul malcapitato arbitro. Io e i miei colleghi facciamo molta fatica a stigmatizzare i loro atteggiamenti senza offendere la loro ’sensibilità’. Il fatto è che i bambini, sempre più precocemente, cercano di imitare gli adulti in quelle manifestazioni estreme di aggressività tipiche di un agonismo non certo infantile: risse, bestemmie, sputi eccetera sono ormai in agguato anche in partite tra bambini di dieci anni”.
Durissima la testimonianza di un ex allenatore che chiede, come tutti gli altri intervistati, l’anonimato: “Purtroppo il calcio giovanile è profondamente inquinato dai soldi e da strani personaggi che come gli avvoltoi girano intorno alle carogne. La meritocrazia è l’ultima cosa che conta: quantomeno nello sport si sperava che valesse qualcosa, invece vanno avanti i figli dei genitori più importanti o
d i quelli che riescono a instaurare il miglior rapporto con la società”. E continua, quasi infuriato: “Ci son scuole calcio, che, anche nella nostra regione, sono diventate per la gran parte dei luoghi di
raccolta e drenaggio di denaro sia con le iscrizioni dei più piccoli, sia con il passaggio (premio di avviamento) dei giovani giocatori a società professionistiche, semiprofessionistiche o anche dilettantistiche”.
Non mancano ovviamente le società serie, le persone perbene, i genitori che ancora mettono il valore formativo davanti alla carriera, il lavoro svolto in modo disinteressato e per il futuro dei giovani.
“Ma qualcosa si è rotto, mi creda – aggiunge – alcuni atteggiamenti che ci sono sempre stati si stanno però diffondendo a macchia d’olio. E purtroppo stanno diventando quasi normali, la gente si è assuefatta e li considera persino scontati, neppure si scandalizza”. Come il genitore che impone al proprio figlio di non passare mai la palla a quel compagno che potrebbe diventare più forte oppure segnare più reti di lui, o come il papà che elargisce un forte contributo alla società pur di veder giocare come titolare il pargolo: “Ma a volte si tratta di autodifesa – spiega un genitore – perché magari un ragazzino di famiglia normale, che non abbia una banda pronta a farsi giustizia sommaria alle spalle, rischia di essere messo sotto dall’ambiente. E allora, lo ammetto, ho cercato di tutelare mio figlio da palesi soprusi”.
Secondo un direttore sportivo, “certi atteggiamenti malsani sono purtroppo frequenti anche tra gli allenatori. Per questo sono convinto dell’importanza di una formazione adeguata dei tecnici giovanili. Chiunque, e questo lo si può facilmente verificare, può improvvisarsi allenatore, ma educare attraverso il gioco del calcio è un’altra cosa. La scelta è comunque sempre dei genitori. I problemi sorgono quando si perde di vista l’obiettivo primario della scuola calcio; certamente la vittoria non è lo scopo principale, ma farlo capire agli stessi genitori è spesso impresa ardua”. “Ma a me è capitato sovente – ribatte l’allenatore – di dovermi difendere da aspre critiche, perché, invece di far giocare i più capaci, ho preferito mandare in campo a rotazione tutta la rosa a mia disposizione, infischiandomene del risultato. Persino i genitori dei bambini meno dotati, talvolta avrebbero preferito una vittoria piuttosto che vedere il proprio figlio rimediare una sconfitta. E invece i bambini non sono neanche sfiorati dall’idea che qualcuno possa o debba restare in panchina, visto che una delle prime cose che ho insegnato loro è che tutti devono avere la possibilità di giocare”.
La via per il successo nel calcio è lunga ed impervia, questo si sa. E per successo s’intende anche un contratto in serie C, dove un giovane ha la possibilità di guadagnare stipendi che lavorando normalmente neppure potrebbe sognarsi. Ma, pur con tutte le squadre e le categorie professionistiche e non a disposizione, solo uno su mille ce la fa. E non sempre, verrebbe quasi da dire raramente, questi fortunati sono i migliori.
Spesso si tratta dei più raccomandati, quelli con i parenti più facilmente manovrabili, quelli che meglio si piazzano grazie ad abili maneggioni senza scrupoli ma con spiccato senso degli affari, talvolta in società senza alcuna programmazione del settore giovanile, ma solo per far quadrare un certo tipo di bilancio. “Va pure detto – chiarisce un altro addetto ai lavori – che negli ultimi anni l’investimento
sul giovane promettente, in un giusto e calcolato rischio di impresa, è merce davvero rara. Non si consente più al ragazzo di fare i suoi errori nell’attesa della preventivabile maturazione fisica e psichica come si faceva un tempo. Oggi si pretende il quindicenne già con fisico gladiatorio anche a costo di aiuti chimici. I fondamentali? Il tocco di palla? Ma chi se ne frega, basta che corrano e che picchino come fabbri ferrai”.

Fonte: Però N.30 16 Ottobre 2009(pag 19)  scarica il PDF

Si ringrazia Dario Lesca per la preziosa segnalazione

L’articolo si commenta da solo. Che dire? La mia esperienza con i miei figli che hanno praticato uno sport minore è molto simile, purtroppo. Con tanto di sponsorizzazioni e di seduzioni non casuali …

Difficile parlare poi di buona educazione …

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PERO
gadget, che da un lato soddisfano la smania
dei genitori, dall’altro avviano precocemente
l’attenzione del bambino verso il
marchio, la griffe; il merchandising delle
maggiori società di calcio prevede un’ampia
sezione dedicata ai più piccoli.
“Per fortuna, esistono ancora genitori normali
– dice il direttore sportivo – che vivono
il momento ludico e agonistico come
occasione di crescita e di formazione del
carattere, ma si trovano persone che vedono
nella scuola calcio un’ottima alternativa al
‘baby parking’, o, di contro, genitori fanatici,
i tifosi incalliti. Genitori che, travolti
dalla delirante enfasi agonistica, sono
pronti ad insultare i propri o gli altrui figlioli.
Padri di famiglia capaci di trasformarsi
in bestie, pronte ad avventarsi sul
malcapitato arbitro. Io e i miei colleghi facciamo
molta fatica a stigmatizzare i loro atteggiamenti
senza offendere la loro
sicuro che si resta male. C’è una sorta di
guerra psicologica che spesso i papà fanno
a ‘sti bambini. Non accettano errori, gli gridano
di stare in quella posizione, di marcare
così e cosà, di controllare meglio la palla”.
“In alcuni casi – racconta un altro addetto
ai lavori che opera a Torino – ci sono le
mamme disposte ad avere rapporti sessuali
con l’allenatore di turno, pur di sostenere il
posto in squadra del figlio, che magari rischia
di finire in panchina. Non sono dicerie,
purtroppo, sono fatti che avvengono più
spesso di quanto si possa pensare. Oddìo,
non possiamo escludere – sorride – che ci
sia la mamma che va con l’allenatore perché
le piace, ma mi creda che invece
l’aspetto della convenienza esiste eccome”.
“In molti quartieri torinesi il calcio è
l’unico appiglio per un’affermazione nella
società – spiega un allenatore – era inevitabile,
dunque, che il mercato, le multinazionali,
i propulsori del consumismo
galoppante, non considerassero questo mercato,
un esercito di piccoli consumatori, ai
quali, oltretutto, è difficile negare qualcosa”.
Non c’è più la divisa sociale, una
sorta di democratico
simbolo d’appartenenza.
Anche nell’abbigliamento
bisogna
distinguere il proprio
figliolo dagli altri. E
così si acquistano materiali,
indumenti e

Quando la realtà supera la fantasia!

Ho ricevuto una email da Dario Lesca, un amico dell’Open Source e della filosofia della condivisione, che volentieri pubblico:

Bambini contenti

Vi racconto una storia, solo al temine vi dirò se è vera o me la sono
inventata di sana pianta.

Anno 2009, Ivrea, Scuola Elementare, Classe Prima, Riunione di classe di
inizio anno scolastico.

Maestra: “Quest’anno il programma educativo sarà basato sui valori
sostenibili … di aiuto per i più deboli…. insegneremo come la
Solidarietà e la Condivisione possano fare molto per questa società …
parleremo ai bimbi di come convivere col prossimo e risolvere le
questioni in modo pacato, tramite il dialogo piuttosto che con la lotta
e la prepotenza .. ecc …”

Si alza una Mamma: “Scusate ma io non sono affatto d’accordo con questo
metodo di insegnamento da “Sfigati”, macché solidarietà! … macché
disabili… Io a mio figlio insegno che deve essere il più forte, e
perciò deve lottare… Basta buonismo, non perdiamo tempo… Mio figlio
va a calcio, anche li gli insegno che deve darci dentro e farsi valere
per essere il migliore…”

Si alzano altre Mamme: “Si! Giusto! anche noi la pensiamo così…. siamo
d’accordo con la signora… altro che buonismo… Tutte
Stupidaggini …”

A questo punto la Mamma che mi ha raccontato questo, e che
sostanzialmente si trovava d’accordo con le maestre, era letteralmente
allibita, ha tentato di dire la sua ma era in minoranza.

Morale:

Dopo anni di Televisione e Politica Spazzatura, di grandi Fratelli, di
Tette e Culi, di Escort e Trans … ecco cosa ci ritroviamo.

Genitori rovinati, che di conseguenza alleveranno figli sintonizzati su
valori errati di vita.

Ci aspetta un bel futuro!

Ciao.

P.S.: La storia purtroppo è VERA!

Ciau Nè!

Grazie Dario! Vorrei non dover più leggere storie come queste, ma temo che non sarà facile.

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Bullismo: a che serve il 5 in condotta?

Non credo alla legge del taglione!

Non credo a “occhio per occhio, dente per dente”!

Non credo ad un sistema educativo basato sulla punizione e su tecniche comportamentiste ispirate agli esperimenti fatti sui cani dal famoso psicologo russo Pavlov.

Non credo che questi sistemi portino ad una reale crescita degli individui e alla soluzione di problemi.

Ma ovviamente, il nostro ministro dell’istruzione Gelmini, è di parere diverso, considerando che la soluzione proposta per far fronte al bullismo è in sostanza il 5 in condotta …

Ma su quali studi si basa questo rimedio? La Gelmini ha qualche minima nozione di psicologia? Qualcuno l’aiuta?

Io non lo so, però a giudicare dalle proposte, non direi …

Ecco uno studio di cui vengo a conoscenza

Una nuova ricetta contro il bullismo

Laddove esiste la violenza esiste anche un ambiente che, in qualche modo, la asseconda. Ed è proprio su quell’ambiente che bisogna soffermarsi se si vuole estirpare il problema della violenza alla radice, evitando l’utilizzo della forza e di punizioni più o meno efficaci.

Una ricerca apparsa sulla rivista Journal of Child Psychology and Psychiatry, e capitanata da Peter Fonagy dell’University College di Londra, ha dimostrato che il miglior modo per combattere il bullismo nelle scuole non sia quello di soffermarsi su coloro che compiono atti di violenza, né sugli studenti che ne sono vittima, quanto piuttosto su coloro che stanno ad osservare, studenti o professori che siano.

Utilizzando un nuovo approccio psicodinamico, il team di Fonagy ha sottoposto 4000 studenti di diverse scuole elementari a un programma della durata di tre anni in cui si invitavano gli stessi ragazzi a prendere consapevolezza del proprio ruolo nei confronti degli episodi di violenza, descrivendo e razionalizzando le proprie paure e il grado di empatia nei confronti degli studenti molestati. Nessuna punizione veniva inflitta a coloro che compivano atti di bullismo, e nessun tipo di supporto veniva offerto a coloro che subivano angherie. A tre anni dall’inizio del programma, i risultati dello studio hanno mostrato una significativa diminuzione degli episodi di violenza e di bullismo nelle scuole che avevano adottato il programma rispetto alle scuole di controllo, in cui gli studenti vittime di bullismo ricevano un supporto psicologico continuo.

Secondo Fonagy, la ricerca dimostra come la migliore arma contro il bullismo sia rappresentata dalla consapevolezza, sia del proprio ruolo che di quello degli altri, nei confronti degli atti di violenza. Nessun bisogno di intervenire come paladini della giustizia in aiuto dei compagni molestati, quindi, ma solo cercare di non chiudere i propri occhi, facendo finta di niente.

Fonte: Fonagy P et al. A cluster randomized controlled trial of child-focused psychiatric consultation and a school systems-focused intervention to reduce aggression. Journal of Child Psychology and Psychiatry 2009; DOI: 10.1111/j.1469-7610.2008.02025.x

Tra l’altro sempre la stessa rivista segnala l’utilità di partecipazione a corsi di arti marziali per la riduzione del bullismo.

Cosa possiamo dedurne?

L’aggressività è una componente umana con la quale dobbiamo necessariamente convivere. Non ha alcun senso condannarla a priori e utilizzare un altro tipo di aggressione, come la punizione e il 5 in condotta, per evitare lo scatenarsi di un’aggressività incontrollabile e con conseguenze a volte drammatiche.

Accettare e iniziare a gestire l’aggressività sembra essere la formula giusta per evitare il dilagare di un fenomeno che sembra più collegato con la incapacità ipocrita degli adulti di accettare qualsiasi forma di aggressività.

In realtà gli adulti continuano ad aggredire e minacciare i ragazzi, specie nella scuola, dove la minaccia del voto, della nota, del 5 in condotta etc etc è in definitiva il maggiore strumento per cercare di contenere l’esuberanza degli studenti.

Invece la possibilità di essere aggressivi, senza per questo fare realmente male a qualcuno, non è contemplata. Si fa semplicemente finta che l’aggressività sia una cosa brutta di cui vergognarsi e con la quale non si può convivere (come la sessualità, del resto)

E’ necessario molto spazio per questi temi, nella scuola!

Ma, ahimè, temo che chi voglia occuparsene seriamente rischia soltanto un bel 5 in condotta!

O no?

:-)

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Violenza, gioco e ideologia

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Che carino Berlusconi …

Sembra che l’Italia diventi ridicola agli occhi del mondo grazie a Berlusconi …

Poi ci si lamenta che il bullismo si diffonde tra i ragazzi, quando è il Presidente del Consiglio a dare sfoggio di maleducazione, non soltanto cercando di mettere in ridicolo il neo Presidente degl USA  Obama, ma anche definendo imbecilli e coglioni coloro che giustamente fanno notare come il commento sia a dir poco indelicato …

Allora regaliamogli un pensierino di Giulio Laurenzi

Una domanda a Berlusconi: ma se presentiamo la vita politica come un gioco goliardico, come possiamo pensare che i giovani prendano sul serio la scuola?

Mah?

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Aggiornamenti dalla rete: da oggi è possibile avere un badge per diventare coglione patentato …

Berlusconi Badge - Il Professore Unico

Scarica anche tu il badge e diffondilo da qui

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Appello anti-razzista ai genitori

Il contrasto, il bianco e nero e la diversità sono un patrimonio prezioso …

bianco e nero  - 2006  Ornella Erminio

bianco e nero - 2006 _ foto di Ornella Erminio

… non soltanto in fotografia

Ho trovato in rete questo appello di un’associazione di genitori adottivi che mi sento di condividere e aiutare a diffondere

= = =

Caro genitore,

siamo un’associazione di famiglie adottive che ha posto al centro della propria attività la responsabilizzazione dei genitori come premessa fondamentale per la tutela dei bambini e delle bambine. L’esperienza dell’adozione ci ha portati a riflettere profondamente sul ruolo genitoriale, non solo in relazione all’adozione ma più in generale rispetto al compito educativo ed alle ricadute che l’agire educativo ha nella società. In questi ultimi tempi ci sentiamo preoccupati e spaventati dal moltiplicarsi di episodi di razzismo nel nostro paese.

Pensiamo che tacere, alla lunga, significhi diventare responsabili o quantomeno complici di una società violenta  e intollerante. Pensiamo che molti genitori, oggi, si stiano chiedendo con forte preoccupazione quale futuro, quale mondo, si stia prospettando ai loro figli. Pensiamo che molti genitori stiano cercando di dare ai propri figli un’educazione basata sui valori del rispetto, dell’accoglienza, della tolleranza. Pensiamo che molti genitori vogliano trasmettere ai propri figli l’amore e la passione per la cultura, facendoli crescere in un ambiente aperto alle idee, alle differenze, alle esperienze, senza barriere e preclusioni, senza pregiudizi. Pensiamo che nel mondo che molti genitori vorrebbero per i loro figli ci sia posto per tutti, nel principio del rispetto e della solidarietà. Pensiamo che molti genitori siano impegnati a far crescere i loro figli, rendendoli cittadini del mondo, persone capaci di conoscere e imparare, viaggiando in altri paesi,  studiando i libri di storia, ma anche – nella propria scuola, al parco, per la strada –  mantenendo la capacità di costruire amicizie, di ascoltare con sincera curiosità ciò che l’altro ha da raccontare. Pensiamo che per molti genitori l’antirazzismo non debba restare una parola astratta, ma che al contrario, nella quotidianità, molti genitori stiano cercando di praticarlo attraverso le scelte educative rivolte ai propri figli.

Se ti riconosci in questo modo di essere genitore, ti proponiamo alcuni suggerimenti, una piccola goccia nel mare per costruire il mondo che vorremmo per i nostri figli:

· Fai attenzione alle parole, alle etichette, alle barzellette o alle battute poco rispettose: i bambini imparano tutto, si sa. Il tuo modo di parlare si traduce nel modo di pensare di tuo figlio.

· Trasmetti a tuo figlio la memoria, quella di un passato non lontano, quando dall’Italia si partiva per migrare in paesi poco accoglienti.

· Organizzati con altri genitori e chiedi agli insegnanti di tuo figlio di organizzare percorsi e laboratori sul tema della pace e della multiculturalità: molte associazioni e organizzazioni propongono con competenza progetti rivolti alle scuole.

· Se in classe di tuo figlio è iscritto un bambino immigrato anziché preoccuparti che il livello della classe diventi più scadente, invitalo a pranzo e regala a tuo figlio l’esperienza di arricchimento che ogni incontro racchiude.

· Non parlare sempre di cittadini extracomunitari per sottolinearne il disagio o la marginalità: leggi con tuo figlio fiabe e storie di altri paesi, ascoltate insieme musiche, filastrocche e ninnananne di altri paesi, partecipate alle feste multietniche, assaggia e proponi a tuo figlio altri sapori, altri odori, ricette di altre parti del mondo.

· Sollecita la curiosità e la riflessione sui temi della multiculturalità: esistono molti libri di fiabe e racconti rivolti a tutte le età, anche della prima infanzia, che aiutano a farlo con i propri figli.

· Se tuo figlio è grandicello (solo tu puoi stabilire quando è giunto il momento) leggi il giornale con lui e soffermati su questi temi. Aiutalo a capire, accompagnalo a formare il proprio pensiero, libero dagli schemi e dai luoghi comuni.

Se desideri approfondire questo tema o se hai bisogno di informazioni per applicare questi suggerimenti, ti invitiamo a visitare il sito www.genitorisidiventa.org dove troverai tanto materiale (recensioni di libri, percorsi bibliografici, documenti) o chiedi delucidazioni scrivendo alla mail scuola@genitorisidiventa.org.

Associazione Genitori si diventa Onlus

Iscritta al registro regionale lombardo del volontariato al n. 2789 A

Sede Legale: Via C.E. Gadda, 4 – 20052 Monza - Codice Fiscale 94578620158

info@genitorisidiventa.org www.genitorisidiventa.org

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E’ incredibile come in Italia si continui a discriminare la diversità mentre negli Stati Uniti si sta per eleggere Barak Obama in una posizione  che è forse la più potente della Terra. A soffrire il razzismo non sono soltanto gli immigrati ma anche tutti coloro che sentono apostrofare gli altri con i termini più insulsi, come “handicappato” o “mongolo”.

Certo, per i ragazzi è soltanto uno scherzo! Ma quanta sofferenza può produrre questo scherzo? E quasi sempre in modo del tutto inconsapevole per chi pronuncia parole semplicemente fuori luogo?

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Ma voi siete d’accordo?

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I Ciarlatani

La ricerca di Giosby aveva portato ad individuare una serie di personaggi che si muovono nella nostra società in modo alquanto ambiguo, per niente trasparente, affermando una cosa e negandola successivamente in contesti differenti a seconda delle convenienze …
Di gente così è piena il mondo. Io ne ho individuati solo qualcuno, attività alla quale ho dedicato fin troppo tempo!
Ma può darsi che altri si presentino  all’orizzonte, che saltino all’occhio e forse se ne parlerà ancora.
Finora i più evidenti, di cui ho scritto, sono, più o meno famosi, in ordine alfabetico, per non far torto a nessuno …
  • Manuela Bellandi
  • Silvio Berlusconi
  • Beppe Grillo
  • Paolo Guzzanti
  • Sabina Guzzanti
  • Marco Travaglio

Ma è mai possibile che personaggi di questo tipo muovano sempre

le leve del potere ?

Di seguito gli articoli pubblicati sul primo blog di Giosby

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Il bullismo di massa: attenti al bullo che è dentro ognuno di noi!

Molto spesso i CIARLATANI sono anche dei BULLI. Ovviamente maggiore è la veemenza con la quale proclamano le loro fandonie, maggiore è la pubblicità che riescono a farsi. E così diffondono uno stile di comportamento assai aggressivo, che sembra essere diventato l’unico modo di farsi ascoltare. O forse il mondo è sempre andato così … Non sarebbe ora di cambiare? Riporto l’articolo originario dal primo blog di Giosby

Si parla tanto di bullismo e di mobbing. Forme sociali di prevaricazione nei confronti di individui o gruppi disagiati …

E’ chiaro che chi fa il bullo soffre di un disagio altrettanto grande, anzi peggiore, delle sue vittime.

Non c’è dubbio che il comportamento è appreso. Quasi tutti coloro che compiono abusi sessuali, per esempio, sono persone che hanno subito abusi sessuali nella loro vita e, non mi stupirei di riscontrare che i bulli sono persone che spesso subiscono violenze e che temono la violenza sopra ogni altra cosa, non tanto per l’aspetto materiale, per il dolore fisico, quanto per l’assenza di sentimento verso l’altro, l’assenza di affetto che essa comporta.

E’ l’anestesia del sentimento, la negazione dell’altro come soggetto che sente, che è sensibile, che porta all’atto di bullismo. E questa negazione non si può manifestare se non la si è subita. Non si può accusare la famiglia di assenza quando vi sono centinaia di altri stimoli presenti e oltremodo invadenti. Noi adulti dovremmo pensare che il nostro comportamento è sempre uno spettacolo per i giovani, e ad esso loro fanno riferimento, nel bene e nel male.

E’ un atto di civiltà lanciare la moda del vaffanculo? E indire addirittura ripetutamente i Vaffanculo-day come fa Beppe Grillo?

Certo la satira ha i suoi diritti e i potenti sono i bersagli preferiti. Però riflettere un poco sul messaggio violento e umiliante che contengono certe espressioni, certi modi di esprimersi, che poi sono destinati ad essere imitati, potrebbe suggerire un poco di moderazione.

Non è vero Beppe?

E ancora, i calciatori, danno un bell’esempio di comportamento sportivo? E gli allenatori? E i presidenti?

Zidane-Materazzi, Germania 2006

Oppure Umberto Bossi, che ce l’ha sempre duro?

Umberto Bossi

E chi più ne ha più ne metta …

… La maggior parte delle persone che deputiamo a educare i figliuoli, sappiamo di certo non essere state educate. Né dubitiamo che non possano dare quello che non hanno ricevuto, e che per altra via non si acquista … [ Giacomo Leopardi, Pensieri ]

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Bulli guard – È imponente, coperto di tatuaggi e piercing, si fa chiamare “Scary Guy”. E gira le scuole dall’Europa all’America per sconfiggere i prepotenti …

Scary Guy

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Articolo già pubblicato nel primo blog di giosby